Corriere all’attacco, Francesco Forte ci dice che è molto male informato

L’Eni non è all’avanguardia? Frottole. Gli accordi energetici fra l’Eni e la russa Gazprom? Giusti. Francesco Forte, economista con esperienze ministeriali e manageriali di peso, leggendo l’editoriale di ieri del Corriere della Sera firmato da Massimo Mucchetti, non si capacita. Innanzitutto pone una questione di metodo: “Chi insinua che alcuni giornalisti siano a libro paga dell’Eni dovrebbe informare e premettere ai lettori che Rcs, l’azienda che pubblica il Corriere della Sera, vede tra i suoi azionisti anche un concorrente di Eni, ossia Edison, se non erro”.
18 AGO 20
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Il professore non erra: scorrendo il patto di sindacato che governa la Rizzoli, spunta con 7,6 milioni di azioni anche il gruppo energetico che partecipa a un progetto di gasdotto alternativo al South Stream fra Eni e Gazprom, ovvero Itgi. “All’interno dell’azionariato di Edison inoltre – aggiunge l’ex vicepresidente dell’Eni – c’è un confronto fra l’azionista francese Edf e le municipalizzate italiane. Edf, maggiore socio di Edison, ha scelto di entrare in South Stream”. Insomma, dice l’ex ministro delle Finanze, “poiché sovente il Corriere della Sera critica veri o presunti conflitti di interessi, dovrebbe esplicitare anche i potenziali conflitti di interesse dei suoi azionisti rispetto alle aziende di cui parla”.
Ma non è la questione di metodo ad appassionare Forte: l’economista esperto anche di cose energetiche chiosa una delle critiche mosse da Mucchetti. Il commentatore economico del Corriere della Sera ricorda che gli Stati Uniti hanno iniziato una rivoluzione tecnologica che rende abbondante il gas, e dunque riduce in prospettiva la centralità dei fornitori storici, dalla Russia all’Algeria fino alla Libia. La rivoluzione, secondo Mucchetti, è il gas estratto da rocce scistose, tipiche del sottosuolo delle zone ex carbonifere: “Delle rocce scistose come fonte basilare di energia per estrarre petrolio e gas se ne parla da molti anni, non è una novità tecnologica”. Ma Forte non è convinto che la soluzione sia economicamente facile: “E’ molto costosa. Conviene solo in relazione alla vicinanza dei giacimenti e al fatto che non vi sono alee per la loro ricerca, come per quelli di petrolio o di gas. Ci sono grossi problemi ecologici perché bisogna iniettare negli strati rocciosi molta acqua dolce, sabbia e sostanze chimiche, e quindi le falde acquifere rischiano di essere inquinate. Inoltre bisogna fare molti pozzi orizzontali, bucando il terreno come una gruviera”. “Comunque – dice Forte – è inesatto come sostiene Mucchetti che Eni non sia all’avanguardia anche in questa tecnologia, in sé elementare, le cui difficoltà sono di tipo ambientale e non consentono di applicare in modo automatico in Europa, densamente popolata, i metodi degli Stati Uniti. Infatti la società guidata da Paolo Scaroni lavora con il gas delle rocce scistose in Polonia, adattando tecnologie Usa agli elementi locali”.

I problemi di Gazprom non sono quelli dell’Eni, che diversifica le sue fonti di petrolio e gas, con la Libia e altre aree e ora anche con questa risorsa, che nel lungo termine serve ad accrescere la nostra autonomia energetica. Per l’erede di Luigi Einaudi alla cattedra di Scienza delle finanze “c’è una straordinaria somiglianza fra le azioni di Silvio Berlusconi per l’interesse nazionale e l’autonomia energetica che ispirava l’operato di Enrico Mattei”. Sulla base di questa impostazione, Forte non comprende le critiche al legame fra il gruppo italiano e quello russo: “E’ sempre avvenuto che il produttore di gas, nel caso specifico Gazprom, quando si allea con un altro partner che opera anche nella distribuzione, voglia partecipare alla sezione finale della filiera. E’ legittimo che il produttore aspiri a essere anche distributore”. Forte contesta pure l’idea di uno Scaroni mero esecutore di volontà altrui, politiche, e di un monopolista, Eni, che non vuole aprire la rete ad altri partner: “La strada della liberalizzazione scelta è stata di non cedere, magari a Edison, una parte della rete italiana di Snam-Eni, ma di consentire più aperture nel settore della distribuzione. E per stabilire se l’Eni opera con criteri economici si considerino i suoi utili e il suo portafoglio di riserve di idrocarburi”.